L'ombra della Luce
"Nell'ingannevole, prolisso,
mimetico gioco delle ombre cerco l'origine delle infinite riflettenze:
le fattezze dell'uno"
Testo critico di
Carmen De Stasio
Daniela Chionna, designer di Francavilla Fontana (Brindisi), scruta nell’oltre-minimo nucleo delle cose, riavvolgendole in una luce che è condensazione di ombra.
Nelle costruzioni olografiche l’artista incide percorsi che sfoggiano un’esemplarità di fasci luminosi che si evolvono dall’interno, permeano l’ambiente e ne riformulano l’onda visiva in una tridimensionalità inquieta.
Le criptiche composizioni - installazioni animate da una concettualizzazione calibrata su pieni e vuoti in accordo mutevole su piani sospesi - visualizzano l’attrazione verso il silenzio urlante e sopraggiungente dall’oscurità attraverso geometrie che si dilatano oltre la forma chiusa.
Necessaria per lo sviluppo di questo tipo di espressione artistica, in costante oscillazione tra pittura e scultura, è la rimodulazione di materiali che si dilatano, investono l’ambiente, disperdono la frammentarietà e formulano una nuova, unica architettura dai ritmi metaforici, idiosincratici, duettanti in costante frenesia.
La destrutturazione della luce e delle ombre contribuisce a creare un’atmosfera di intimismo motivata da una ricchezza sinestetica che permette all’impianto di trasformarsi in una performance di forme, di proiezione, di storia, nella sequenza di statole magiche che si intrecciano con le architetture circostanti, attribuendo loro una nuova pelle dai toni dinamici, morbidi, trasparenti, mediante una tecnica di accumulazione, recupero e frottage.
Affascinata dalle possibilità della luce di sconvolgere gli spazi, Daniela Chionna stabilisce una sintesi versatile di strutture complesse risultanti dalla scomposizione di raggi che attraversano la materia, si insinuano nei pertugi e si dilatano in giochi visivi ingannatori, lasciando nel mistero la definizione del punto di vista. Le installazioni diventano situazioni in costante variabilità alla ricerca di una misura e di un nuovo equilibrio, in cui la luce appare sontuosa e silente, densa e pizzicata come le corde di un violino di una sonata bartokiana che segna la rinascita là dove l’uomo aveva decretato l’inutilizzabilità della materia. L’opera si pone dunque come centrale punto di attenzione, con effetti scenici simbolici di un’estetica personalissima e complessa operazione di segno linguistico, che disperde la severità nella composizione dei vari elementi assemblati secondo un ordine dell’artista, che dà voce agli oggetti incuneandoli in uno spazio di nuova generazione e affida all’ombra il respiro di un’atmosfera in cui la luce vince sul buio mutismo del non-pensiero, giacché la povertà o il valore dell’oggetto sono sempre nella prospettiva di chi guarda.
La sensazione che si riceve è in tal senso di complessa unità, nella quale i colori si adagiano sugli elementi, ne movimentano l’azione, ne esaltano il valore perduto; si insinuano nella materia, resa plasmabile e creatrice essa stessa di ombre che esistono perché esaltate come presenza da una fonte di luce interna.
Dall’ipotesi della struttura cromatica della luce, Daniela passa dunque a costruire una nuova narrazione del tempo: le opere, acme di una ricerca nel substrato esistenziale nelle sue disparate formulazioni, recuperano passaggi esistenziali perduti e la vorticosità di un ritmo esistenziale in continua innovazione; parlano del tessuto urbano, sono condensazioni di una civiltà che mantiene il suo ruolo protagonista che comprende anche ciò che, pur inventato dall’uomo, è infine accantonato come elemento da rifiutare e da rimpiazzare.
Il cuore della città, nella mescolanza bustrofedica di elementi dalle tonalità accese, fluorescenti, visionarie viene rappresentato nella sua completezza e nei suoi movimenti dall’artista, la quale destruttura quella realtà condivisa sovente solo nell’apparenza e la completa con essenze vitali invisibili, tali che ogni elemento nella sua identificazione individuale diviene tassello di memoria
Nelle costruzioni olografiche l’artista incide percorsi che sfoggiano un’esemplarità di fasci luminosi che si evolvono dall’interno, permeano l’ambiente e ne riformulano l’onda visiva in una tridimensionalità inquieta.
Le criptiche composizioni - installazioni animate da una concettualizzazione calibrata su pieni e vuoti in accordo mutevole su piani sospesi - visualizzano l’attrazione verso il silenzio urlante e sopraggiungente dall’oscurità attraverso geometrie che si dilatano oltre la forma chiusa.
Necessaria per lo sviluppo di questo tipo di espressione artistica, in costante oscillazione tra pittura e scultura, è la rimodulazione di materiali che si dilatano, investono l’ambiente, disperdono la frammentarietà e formulano una nuova, unica architettura dai ritmi metaforici, idiosincratici, duettanti in costante frenesia.
La destrutturazione della luce e delle ombre contribuisce a creare un’atmosfera di intimismo motivata da una ricchezza sinestetica che permette all’impianto di trasformarsi in una performance di forme, di proiezione, di storia, nella sequenza di statole magiche che si intrecciano con le architetture circostanti, attribuendo loro una nuova pelle dai toni dinamici, morbidi, trasparenti, mediante una tecnica di accumulazione, recupero e frottage.
Affascinata dalle possibilità della luce di sconvolgere gli spazi, Daniela Chionna stabilisce una sintesi versatile di strutture complesse risultanti dalla scomposizione di raggi che attraversano la materia, si insinuano nei pertugi e si dilatano in giochi visivi ingannatori, lasciando nel mistero la definizione del punto di vista. Le installazioni diventano situazioni in costante variabilità alla ricerca di una misura e di un nuovo equilibrio, in cui la luce appare sontuosa e silente, densa e pizzicata come le corde di un violino di una sonata bartokiana che segna la rinascita là dove l’uomo aveva decretato l’inutilizzabilità della materia. L’opera si pone dunque come centrale punto di attenzione, con effetti scenici simbolici di un’estetica personalissima e complessa operazione di segno linguistico, che disperde la severità nella composizione dei vari elementi assemblati secondo un ordine dell’artista, che dà voce agli oggetti incuneandoli in uno spazio di nuova generazione e affida all’ombra il respiro di un’atmosfera in cui la luce vince sul buio mutismo del non-pensiero, giacché la povertà o il valore dell’oggetto sono sempre nella prospettiva di chi guarda.
La sensazione che si riceve è in tal senso di complessa unità, nella quale i colori si adagiano sugli elementi, ne movimentano l’azione, ne esaltano il valore perduto; si insinuano nella materia, resa plasmabile e creatrice essa stessa di ombre che esistono perché esaltate come presenza da una fonte di luce interna.
Dall’ipotesi della struttura cromatica della luce, Daniela passa dunque a costruire una nuova narrazione del tempo: le opere, acme di una ricerca nel substrato esistenziale nelle sue disparate formulazioni, recuperano passaggi esistenziali perduti e la vorticosità di un ritmo esistenziale in continua innovazione; parlano del tessuto urbano, sono condensazioni di una civiltà che mantiene il suo ruolo protagonista che comprende anche ciò che, pur inventato dall’uomo, è infine accantonato come elemento da rifiutare e da rimpiazzare.
Il cuore della città, nella mescolanza bustrofedica di elementi dalle tonalità accese, fluorescenti, visionarie viene rappresentato nella sua completezza e nei suoi movimenti dall’artista, la quale destruttura quella realtà condivisa sovente solo nell’apparenza e la completa con essenze vitali invisibili, tali che ogni elemento nella sua identificazione individuale diviene tassello di memoria
I PARTICOLARI
VERNISSAGE
(Bastione San Giacomo - Brindisi)
(Bastione San Giacomo - Brindisi)



